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di Rodolfo Venditti
Sono un cattolico, impegnato nella Chiesa cattolica fin dai tempi
della giovinezza (i tempi di Carlo Carretto e della Giac-Gioventù
italiana di Azione cattolica) e sono profondamente amareggiato dal modo
con cui la mia Chiesa gestisce il tremendo e dilagante scandalo della
pedofilia.
Si scopre oggi che nell’arco dell’ultimo mezzo secolo si è verificata
una grande quantità di casi di pedofilia praticata da membri del clero
(o da appartenenti ad istituzioni religiose cattoliche) a danno di
bambini e di adolescenti. Il fenomeno è apparso ben presto di
proporzioni enormi, rivelando una diffusione inimmaginabile: è esploso
dapprima negli Stati Uniti, poi ha coinvolto il Canada; in seguito ha
investito l’Europa (Irlanda, poi Germania, poi Italia); e, a questo
punto, non è improbabile che la frana si allarghi ad altri Paesi europei
ed extraeuropei (già arrivano notizie allarmanti dalla Norvegia, dal
Messico, dal Sudafrica).
Non mi interessano le conseguenze economiche che la Chiesa cattolica
giustamente subisce e che – pur comportando un imponente dissanguamento
patrimoniale che distoglie consistenti risorse economiche dalle finalità
istituzionali della Chiesa – riguardano la ovvia necessità di risarcire
i gravissimi danni prodotti alle vittime. Mi interessano, invece, la
obiettiva gravità dei fatti e la linea difensiva adottata dalla mia
Chiesa: una linea volta anzitutto a minimizzare, affermando che tal
genere di fatti è ampiamente diffuso nella società di oggi. Come se dal
cristiano (ed in particolare dal prete) non ci si dovesse attendere una
particolare limpidezza di comportamenti ed un senso di responsabilità
superiore alla media della popolazione. Mi addolora, in particolare, la
disinvoltura con cui oggi si parla – nelle alte sfere della gerarchia
cattolica – di “tolleranza zero” quando fino a ieri si è adottata, nei
confronti di quell’orrendo fenomeno delinquenziale, un’ampia e
sistematica tolleranza, consistente nel limitarsi a trasferire (talvolta
imponendo, tutt’al più, un mero trattamento psicologico) il prete
colpevole in un’altra parrocchia o in un altro istituto religioso:
favorendo in tal modo – con incredibile insipienza – una “metastasi” che
diffondeva largamente il “cancro”.
Sta emergendo, inoltre, un particolare impressionante: la mia Chiesa
ha sempre evitato di informare di quei delitti le autorità giudiziarie
dei Paesi in cui venivano commessi; ed anzi, esisteva persino una severa
normativa canonica (emessa anni fa dall’ex Sant’Uffizio, oggi
Congregazione per la Dottrina della Fede) che imponeva il più assoluto
silenzio sui delitti in questione e che comminava addirittura la
scomunica a chi avesse lasciato trapelare il terribile segreto
all’esterno della struttura ecclesiastica. Quindi anche la denuncia
all’autorità giudiziaria competente era rigorosamente vietata.
Tutto ciò è gravissimo. In qualunque tipo di società civile
causerebbe, secondo i comuni criteri di correttezza, dimissioni a
valanga. Eppure ad altissimi livelli ecclesiastici si parla
sprezzantemente di “chiacchiericcio”, come ha detto l’ex segretario di
Stato, il card. Angelo Sodano. È ben vero che la stampa ci sguazza; ma
ci sguazza non solo per gusto scandalistico, bensì perché si tratta di
cose che interessano fortemente genitori ed educatori (specialmente
quelli che confidavano nella correttezza educativa delle istituzioni
cattoliche); e, inoltre, perché la linea seguita dalla mia Chiesa in
questa vicenda è – a mio modesto avviso – una linea inaccettabile,
debolissima e, oltre tutto, controproducente, perché suscita la netta
impressione che si voglia sopire, impedire critiche, imporre il
silenzio.
Io ho fatto il giudice per tutta la vita (ora sono in pensione) e
tale atteggiamento della mia Chiesa mi ferisce profondamente perché è in
aperto contrasto con le esigenze della giustizia, che sono esigenze di
verità. Inoltre, come cristiano, rilevo che nella tristissima vicenda io
non ho mai – dico mai – sentito citare dalla mia Chiesa una frase
fortissima che Cristo ha detto proprio in relazione a casi di questo
genere. La frase è nel Vangelo di Matteo, cap.18, versetti 6 e 7: “Chi
scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe
meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e
fosse gettato negli abissi del mare”. È un’immagine durissima, che è –
senza dubbio – simbolica (Cristo non intendeva, certo, approvare la pena
di morte); ma essa esprime con plastica efficacia, e con infinito amore
per i più piccoli e i più indifesi, la enorme gravità di simili
delitti; una gravità che la normativa emanata a suo tempo dalla
Congregazione per la Dottrina della Fede e l’attuale comportamento della
mia Chiesa non sembrano, purtroppo, cogliere pienamente. Occorrerà che
la Chiesa cattolica, a tutti i livelli, faccia un profondo esame di
coscienza ed abbia il coraggio e l’umiltà di accettare con prontezza e
fino in fondo il messaggio di Cristo.
* Già magistrato di Corte di Cassazione, autore di importanti
studi sull’obiezione di coscienza
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